feb
09.
La fabbrica diventa un’appendice di se stessi che non ti fa vedere che la fabbrica uccide e lo fa silenziosamente e senza tanti disturbi o rimorsi, specie in aree dove il lavoro è precario e per lo più in nero.
La fabbrica ti avvelena, ma ti permette di avere un reddito con cui vivere.
È quello che è accaduto a Bagnoli, Marghera e in tantissimi altri posti dove lo sviluppo industriale è basato su impianti produttivi con un elevato impatto ambientale.
Gennaro Morra ci racconta, attraverso lo scontro, culturale e generazionale, di un padre operaio e un figlio ambientalista nel momento in cui si prospetta come inevitabile la chiusura della fabbrica.
Certo, tutti hanno sofferto delle morti conseguenti alle formazioni tumorali legate all’inquinamento ambientale causato dalla fabbrica, ma senza quel lavoro il padre si sente senza un’identità e la chiusura diventa una cosa inaccettabile.
Per Francesco, il figlio, è tutto diverso. Lui cerca qualcosa che la fabbrica non gli può dare e che anzi lo ostacola; la fabbrica è quella che ha ridotto Stefano, il suo migliore amico, su una carrozzella per una tetra paresi spastica.
Lo scontro, che l’autore ci narra con una scrittura densa, emozionante e comunque fluida, diventa il paradigma delle discussioni che riguardano un territorio che non ha saputo ancora capire quale futuro deve avere e trovare la forza di lottare per ottenerlo.
Un libro è grande quando ti emoziona, ti coinvolge e ti induce a pensare, il lavoro di Gennario Morra è tutto questo.
Ancora una volta Cicorivolta, sicuramente una delle più interessanti case editrici italiane, ha saputo darci un altro pezzo della letteratura italiana vera.



